I gioielli in ghisa del 1800

Visitando il Museo di Arti Decorative di Praga, sono stata colpita da un’insolita collana nera, e la ricerca di informazioni a riguardo mi ha fatto scoprire un’interessante curiosità storica.

Questi particolari gioielli in ghisa (chiamati in ferro di Berlino) sono nati nei primi anni dell’Ottocento in Prussia. Durante le guerre napoleoniche (1813–1815), il governo prussiano raccolse oro dai cittadini per finanziare la resistenza contro Napoleone. In cambio venivano distribuiti oggetti in ferro, incisi con frasi patriottiche come Gold gab ich für Eisen (“Diedi oro per ferro”). Divennero un simbolo di sacrificio patriottico e presto una moda, indossati da donne dell’aristocrazia e dell’alta borghesia.

Wikimedia Commons, Photo by user:geni, CC BY-SA 4.0

Gli artigiani scolpivano i modelli in cera e li usavano per creare stampi di sabbia in cui colare il ferro. Questa tecnica permetteva lavorazioni leggere e traforate, e i motivi decorativi erano precisi e stilizzati: cammei, ghirlande e decorazioni neoclassiche, evolutisi poi verso linee più floreali e influenze gotiche. Il loro colore nero intenso eraottenuto tramite l’ossidazione e l’applicazione di lacche protettive contro la ruggine.

La ghisa è una lega metallica composta principalmente da ferro e carbonio (tra il 2 e il 4%), nata per colata in stampi. A differenza dell’acciaio, non può essere forgiata ma solo fusa, e presenta una struttura dura e fragile al tempo stesso. Utilizzata fin dal Medioevo in Europa, conobbe un boom con la rivoluzione industriale e fu la regina delle fonderie del XIX secolo. Grazie alla sua lavorabilità in colata e alla buona resistenza alla corrosione, la ghisa divenne ideale per oggetti ornamentali, dai balconi alle teiere, fino (sorprendentemente) ai gioielli— piccoli capolavori di metallo povero.

Link per approfondire:

The Curious Charm of Berlin Iron – Gia.edu

Storia della ghisa e della fonderia – Zanardi Academy

Berlin Ironwork Jewellery – The Art of Mourning

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Vartanush: la marmellata di rose dei monaci armeni

Facendo ricerca sulle prelibatezze alimentari della Venezia dell’800, mi ero imbattuta nella vartanush, una marmellata di rose preparata dai monaci del monastero mechitarista situato sull’isola di San Lazzaro degli Armeni (fondato nel 1717; l’isola era precedentemente un lazzaretto).

Nelle mie ricerche preliminari, sembrava essere preparata con i petali di rosa canina. Ma, andando ad approfondire, non sono riuscita a trovare alcuna fonte o ricetta storica che lo confermasse. In un’intervista ai monaci che attualmente vivono sull’isola, viene mostrato invece un roseto di rose damascene; ho contattato il monastero e mi hanno confermato che ad oggi utilizzano questa varietà per preparare la vartanush.

Dioscorides : Codex Vindobonensis medicus Graecus, sesto secolo

Consideriamo anche che la rosa canina viene sì usata per preparare una marmellata, ma a base delle sue bacche; i fiori sono piccoli e quasi privi di profumo, con solo cinque petali. Sembrano inadatti alla preparazione di una confettura come la vartanush, che richiede molti petali, profumati e ricchi di oli essenziali. Queste sono tutte caratteristiche della rosa damascena, che per di più è coltivata tradizionalmente per usi gastronomici nell’area armena e mediorientale.

Possiamo dunque ragionevolmente supporre che il riferimento alla rosa canina sia un errore, e che la vartanush sia sempre stata preparata con la rosa damascena. Il che significa che devo andare a correggere una scena del mio romanzo (La città di acqua e vetro, in uscita in autunno con la Mondadori) in cui i protagonisti la mangiano a colazione… per la serie, la ricerca (e l’editing) non finisce mai!

Link per approfondire:

Vartanush, la marmellata di rose dei monaci di San Lazzaro degli Armeni – Youtube, Intervista ai monaci

Arca del gusto: Vartanush – Fondazione Slow Food

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Sfere a incastro cinesi

Per la serie ‘voglio una Wunderkammer’, le Chinese Puzzle Balls (sfere a incastro) sono esempi di microintaglio tipici della Cina meridionale (in particolare Canton) tra il XVIII e il XIX secolo. Scolpite a partire da un singolo blocco, al loro interno contengono numerose sfere concentriche, ognuna libera di muoversi indipendentemente.

National Palace Museum, Taipei

Il processo inizia da una sfera piena, tradizionalmente d’avorio. L’artigiano fora la sfera da diversi angoli secondo un reticolo geometrico preciso. Attraverso questi fori, introduce sottili strumenti ad angolo retto con punte ricurve per separare gli strati interni. Analizzando i modelli tridimensionali ricavati da scansioni tomografiche, i ricercatori del Rijks Museum hanno rilevato che la distanza media tra i livelli è uniforme entro ±0,2 mm. Si è ipotizzato l’uso di una sequenza di rotazioni e fori con simmetria dodecaedrica per distribuire uniformemente le aperture necessarie alla lavorazione interna.

Guangdong Folk Art Museum

Il risultato è una serie di sfere nidificate, ciascuna decorata e mobile, ma impossibile da rimuovere. Le palle più semplici contengono 3-5 strati; gli esemplari museali più complessi superano i 15-20 strati. Ogni strato presenta motivi ornamentali diversi: draghi, fiori di loto, simboli buddhisti o taoisti, con un ordine simbolico spesso legato alla cosmologia o alla gerarchia imperiale. Alcuni pezzi includevano una piccola pallina centrale intagliata a forma di loto o Buddha, simbolo di illuminazione e perfezione.

Non erano giochi né rompicapi nel senso moderno. Erano oggetti di prestigio, doni diplomatici o sfoggi di virtuosismo tecnico. Vi era spesso associata la metafora della “saggezza nascosta”: più si va in profondità, più è difficile comprendere e dominare il tutto. Il fraintendimento occidentale nasce nell’Ottocento, quando i primi esemplari giungono in Europa e i mercanti li ribattezzano puzzle balls, associandoli erroneamente alla tradizione dei rompicapi meccanici.

Rijks Museum, Amsterdam

Link per approfondire:

Revealing the Secrets of Chinese Ivory Puzzle Balls: Quantifying the Crafting Process using X-ray Computed Tomography – (pdf) Robert Van Liere & Ching-Ling Wang

The Art of a Chinese Puzzle Ball – (Youtube) Enygma of Elysium

The Illustrious Puzzle Ball – Lizzadro Museum

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Il tulipano di Istanbul

Mentre mi sparavo una compilation di cinque ore e mezza di Barbero che parla dell’Impero Ottomano (Il divano di Istanbul), un dettaglio mi ha incuriosita: la passione degli Ottomani per i tulipani, molto meno conosciuta rispetto alla famosa Bolla dei Tulipani dell’Olanda del 1600.

Nell’Impero Ottomano, l’epoca fra il 1718 e il 1730 è chiamata Lâle Devri, l’Era dei Tulipani. Durante il regno del sultano Ahmed III e sotto la guida del Gran Visir Damat İbrahim Paşa, scoppiò a Istanbul un’euforia culturale verso i tulipani che divennero simbolo di raffinatezza, lusso e identità ottomana. I giardini imperiali si riempirono di varietà rare, selezionate e coltivate con cura. Il motivo del tulipano si ritrova nelle maioliche di Iznik, nei tappeti, nei tessuti e nei manoscritti miniati, spesso con un significato spirituale legato alla bellezza effimera e alla devozione mistica.

Dr. Mine Erdem, 2012

Mike Dash, autore del libro La Febbre dei Tulipani descrive il pregiato ‘tulipano di Istanbul’ popolare all’epoca. A differenza delle varietà olandesi, più tozze e simmetriche, quesi tulipani ottomani presentavano petali appuntiti, steli lunghi e una forma slanciata, simile a una fiamma, spesso con venature e margini frangiati. A questi fiori venivano dati nomi poetici come “Occhio della Notte”, “Invidia del Diamante” o “Guancia della Bellezza”; molti sono andati perdute nel corso dei secoli, ma il Lâle Mecmuası, un manoscritto ottomano del 1726, contiene raffinate illustrazioni botaniche di circa 50 varietà di tulipani dell’epoca.

Lâle Mecmuası

Le prime fonti che ho consultato dichiaravano il tulipano di Istanbul estinto, ma ho scovato una brochure del 2022 in cui il chairman della World Tulip Society annunciava che è stato riscoperto, ancora coltivato da uno specialista in tulipani rari olandese. In seguito, il Console Generale dei Paesi Bassi ha presentato ufficialmente il tulipano di Istanbul al sindaco della città, Ekrem İmamoğlu, e nel 2021 ne sono stati piantati mille bulbi nel Parco di Emirgan. Tornato alla sua terra d’origine, il tulipano di Istanbul è la star dell’annuale Festival del Tulipano, che si tiene ogni aprile nella città.

Imagineering Horti Culture

Link per approfondire:

Adventures in Tulip Time – Cornucopia Magazine

A Flower Fit for a Sultan: The Tulip in Ottoman Art – Kathryn Gauci

Return of the Istanbul Tulip – Imagineering Horti Culture

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Lo zendà veneziano

L’origine dello zendà veneziano, conosciuto anche con i nomi di zendalo, nizioleto o fazzuol, risale al XVIII secolo, quando Giovanni Zivaglio, un artigiano armeno che si era rifugiato a Venezia, ottenne la licenza di produrre questi “fazzoletti” che imitavano quelli indossati dalle donne dello Scià di Persia. (La parola “scialle” deriva infatti dal francese châle, che a sua volta ha origine dal persiano shāl.)

La produzione dello zendà divenne ben presto un’industria, con le frange che erano realizzate con grande maestria. Baroni racconta che la frangia invernale poteva arrivare fino a 60 cm di lunghezza, mentre quella estiva arrivava fino a un metro e venti. La fabbricazione delle frange, che richiedeva una settimana di lavoro, era affidata a maestranze femminili, in particolare a Como, famosa per la sua produzione di seta. Le fabbriche che producevano gli scialli erano distribuite tra Venezia, Brescia, Como e Prato.

Scrive Baroni nel suo libro del 1921 che lo scialle veneziano, indossato da popolane, cortigiane e nobildonne, “fu un’invenzione diabolica per la perdizione degli uomini”, perché “drappeggia i corpi femminili così come un manto regale.” Narra il mito (che sembra però smentito dalle fonti etimologiche) che le donne lo usassero per creare un incontro “casuale” facendo impigliare le frange nei bottoni degli uomini, e che da questa usanza derivi il detto “tacàr botòn” (attaccare bottone).

“Le Zendale”,  Giovanni David, 1775
© Metropolitan Museum, New York

Lo zendà poteva essere indossato con le spalle scoperte per attirare l’attenzione, oppure coprendo completamente la parte superiore del corpo, a seconda dell’occasione. Durante il Carnevale le donne potevano indossarlo come travestimento per confondersi tra la folla. Un episodio celebre, risalente al 1782, vede protagonista Sofia Dorotea di Württemberg, futura zarina di Russia, che, in viaggio a Venezia con il marito, si travestì da donna veneziana comune con uno zendà per non essere riconosciuta.

Con il passare del tempo, tuttavia, lo zendà perse la sua popolarità con il cambiare della moda, e il suo tramonto venne così lamentato da Baroni:

“Si direbbe che il sogno più roseo di una gaia sartina o di una piccola operaia sia quello di potere – smesso l’uso dello scialle – indossare la camicietta e sfoggiare il cappello, in luogo di offrire all’ammirazione della folla le ben salde spalle ammantate di nero e al bacio del sole le folte e belle cappellature bionde o brune, castane o tizianesche.” 

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La posta pneumatica di Parigi

Durante le ricerche per il seguito de La città di acqua e vetro, mi sono imbattuta nell’affascinante sistema di posta pneumatica di Parigi. ​Conosciuta come pneumatique o petit bleu per il colore dei moduli utilizzati, era un sistema di trasporto di messaggi attraverso tubi sotterranei utilizzando aria compressa, operativa dal 1866 fino addirittura al 1984.

Una rete di tubi metallici sotterranei, con un diametro compreso tra i 65 e gli 80 millimetri, trasportava dei cilindri contenenti messaggi cartacei. Questi cilindri venivano spinti da un flusso d’aria compressa o trascinati da un sistema a vuoto, raggiungendo una velocità di circa 20-25 km/h.

apparato per posta pneumatica, Wikimedia Commons

All’interno degli uffici postali, gli operatori caricavano i messaggi nei contenitori, sigillavano i cilindri, li inserivano nei tubi e azionavano il meccanismo pneumatico. Una volta giunti a destinazione, i cilindri venivano recuperati, aperti e i messaggi consegnati al destinatario. Il tutto poteva avvenire in meno di un’ora,

L’idea di utilizzare tubi pneumatici per il trasporto di messaggi nacque nel contesto dell’espansione della telegrafia elettrica nel XIX secolo. Nel 1866, fu inaugurata la prima linea tra l’ufficio telegrafico centrale di Rue Feydeau e il Grand Hôtel in Boulevard des Capucines e questo collegamento iniziale fu presto ampliato per formare una rete che includeva stazioni chiave come Place de la Bourse e Rue de Grenelle. Il posizionamento dei tubi all’interno delle fognature di Parigi facilitò l’espansione e la manutenzione del sistema. ​

mappa del sistema pneumatico di Parigi (1888) Wikimedia Commons

Nel 1879, la rete fu aperta al pubblico, permettendo ai parigini di inviare messaggi rapidi all’interno della città. Il servizio divenne estremamente popolare, con milioni di messaggi inviati annualmente. Negli anni ’30, la rete raggiunse la sua massima espansione: oltre 427 chilometri di tubi e 130 uffici operativi. La sua importanza nella vita quotidiana dei parigini era tale che il termine petit bleu divenne sinonimo di messaggio urgente.

Petit Bleu, Wikimedia Commons

Con l’avvento di nuove tecnologie di comunicazione, l’utilizzo della posta pneumatica iniziò a diminuire. Negli anni ’80, il servizio fu progressivamente smantellato, fino alla sua completa cessazione nel 1984. Alcuni dei tubi originali sono ancora presenti nel sottosuolo parigino, un affascinante retaggio della storia delle comunicazioni urbane.

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Alcuni articoli e video per approfondire:

A Love Letter to the Lost World of the Parisian Pneumatic Post di Molly Russel

Pneumatic tubes and how mail was moved in Paris for more than a century di Larry Rosenblum

The Pneumatic Post of Paris Part 1, Part 2, Part 3 di J. D. Hayhurst O.B.E.

1966 : L’ancêtre de l’email et des messageries dans Paris, video di INA Paris Vintage

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Quando l’ispettore di polizia si chiamava Capitan Grande

Police in the Venetian Republic

davidebusato's avatarTrue Crime

Prima della creazione della Polizia cosi come la concepiamo noi, chi materialmente eseguiva gli arresti al tempo della Serenissima?

La figura che aveva questo ingrato compito si chiamava sbiro ed il dizionario di Giuseppe Boerio ci offre una definizione estremamente interessante: sbiro dalla voce araba birron, ovvero giustizia, viene anche definito birro, sbirro, zaffo, satellite, berroviere ed in gergo bracco. Lo sbiro era un basso ministro della Giustizia notissimo mentre il satelizio era il corpo dei birri. Il termine zaffo traeva invece origine da zaffar ovvero acciuffare, imprigionare.

La Repubblica di Venezia non ebbe mai un organizzato e coerente sistema di polizia. Lo schema classico prevedeva magistrature=organismi di governo, giustizia, amministrazione e alta polizia, all’interno di questo schema le magistrature disponevano di squadre di sbirri, il cui numero variava al variare della situazione contingente, anche se si può calcolare che sul finire della Serenissima fossero circa duemila.

Quest’ultima classe considerata…

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