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Lo zendà veneziano

L’origine dello zendà veneziano, conosciuto anche con i nomi di zendalo, nizioleto o fazzuol, risale al XVIII secolo, quando Giovanni Zivaglio, un artigiano armeno che si era rifugiato a Venezia, ottenne la licenza di produrre questi “fazzoletti” che imitavano quelli indossati dalle donne dello Scià di Persia. (La parola “scialle” deriva infatti dal francese châle, che a sua volta ha origine dal persiano shāl.)

La produzione dello zendà divenne ben presto un’industria, con le frange che erano realizzate con grande maestria. Baroni racconta che la frangia invernale poteva arrivare fino a 60 cm di lunghezza, mentre quella estiva arrivava fino a un metro e venti. La fabbricazione delle frange, che richiedeva una settimana di lavoro, era affidata a maestranze femminili, in particolare a Como, famosa per la sua produzione di seta. Le fabbriche che producevano gli scialli erano distribuite tra Venezia, Brescia, Como e Prato.

Scrive Baroni nel suo libro del 1921 che lo scialle veneziano, indossato da popolane, cortigiane e nobildonne, “fu un’invenzione diabolica per la perdizione degli uomini”, perché “drappeggia i corpi femminili così come un manto regale.” Narra il mito (che sembra però smentito dalle fonti etimologiche) che le donne lo usassero per creare un incontro “casuale” facendo impigliare le frange nei bottoni degli uomini, e che da questa usanza derivi il detto “tacàr botòn” (attaccare bottone).

“Le Zendale”,  Giovanni David, 1775
© Metropolitan Museum, New York

Lo zendà poteva essere indossato con le spalle scoperte per attirare l’attenzione, oppure coprendo completamente la parte superiore del corpo, a seconda dell’occasione. Durante il Carnevale le donne potevano indossarlo come travestimento per confondersi tra la folla. Un episodio celebre, risalente al 1782, vede protagonista Sofia Dorotea di Württemberg, futura zarina di Russia, che, in viaggio a Venezia con il marito, si travestì da donna veneziana comune con uno zendà per non essere riconosciuta.

Con il passare del tempo, tuttavia, lo zendà perse la sua popolarità con il cambiare della moda, e il suo tramonto venne così lamentato da Baroni:

“Si direbbe che il sogno più roseo di una gaia sartina o di una piccola operaia sia quello di potere – smesso l’uso dello scialle – indossare la camicietta e sfoggiare il cappello, in luogo di offrire all’ammirazione della folla le ben salde spalle ammantate di nero e al bacio del sole le folte e belle cappellature bionde o brune, castane o tizianesche.” 

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